DCA

Cosa si nasconde dietro la sigla “DCA” (Disturbi del Comportamento Alimentare), mi sono chiesta la prima volta che il professore dell’Università la scrisse nella lavagna. Niente fu più immediato che la passione per questo ramo dell’albero, cosi complicato, cosi contorto fisicamente e mentalmente. Decisi di diventare terapeuta. Questa tipologia di disturbi sono patologie molto diffuse nel mondo occidentale ma molto spesso risultano invisibili agl’occhi della gente. Il rapporto del paziente verso il terapeuta è di amore ed odio. Amore perché sa che quella è la strada giusta per guarire ed odio perché realmente vogliono rimanere il quel limbo di controllo e autolesione che cosi tanto li conforta. Alla base di questi disturbi ci sono diversi fattori : -genetica; -religione;- ambiente familiare; -mass media; - economici; -dieta. L’attuale sistema di classificazione psichiatrica (DSM-5) li divide in tre categorie diagnostiche: Anoressia, Bulimia e Disturbi Non Altrimenti Specificati (D-NAS). Quest’ultima categoria non era stata presa in considerazione dagli studiosi prima del 2013, nonostante il 60% dei DCA sono definiti NAS e tutt’ora non sono presenti trial in letteratura. Ora vi illustro come viene fatta la diagnosi di queste malattie dagli esperti del settore, con la speranza di incrementare la prevenzione e la vostra curiosità. Il soggetto anoressico rifiuta volontariamente di cibarsi ed i criteri diagnostici per l’anoressia sono: - BMI <18,49 Kg/m2 (vedere sul sito la sezione BMI), - intensa paura di ingrassare, -mancato riconoscimento della patologia, - bassa autostima. Il termine bulimia deriva dal greco: “buos” e “limos”, cioè fame da bue, i criteri sono: - abbuffate e condotte di eliminazione (1 volta a settimana per 3 mesi),- bassa autostima,- sottopeso/sovrappeso lievi o normopeso. I NAS sono soggetti che non rispecchiano completamente né la diagnosi di anoressia né la diagnosi di bulimia, quindi un mix tra le prime due abbastanza complicato da diagnosticare. La Terapia cognitivo comportamentale mira, sia alla correzione del comportamento sbagliato nei confronti del cibo, che al miglioramento psicologico. Questi disturbi colpiscono prevalentemente le donne in età adolescenziale ma stà aumentando anche il numero di uomini, non nascondo di aver avuto anche di bambini di età di 3-4 anni circa che rifiutavano un tipo di cibo per un trauma o che rifiutavano i pezzi di alimenti per via di uno svezzamento eseguito erroneamente. Molto spesso mi è capitato di trattare casi in cui sia la madre che la figlia avessero la stessa patologia o due disturbi differenti sotto la stessa categoria. Purtroppo, molto di ciò che facciamo noi adulti e ciò che siamo, si riversa sui nostri figli, per quanto si vogliano tutelare,  queste patologie sono molto difficili da debellare, raramente si guarisce completamente, soprattutto dalla mentalità anoressica. La mania di controllo, di perfezione, non accettazione è sempre dentro di loro. Esistono manuali per la famiglia che aiutano a vedere questi disturbi, nel caso dell’adolescente, in maniera chiara e danno delle chiavi di comportamento corretto davanti a comportamenti disfunzionali del ragazzo ( il rifiuto di mangiare con gl’altri a tavola, la ricerca ossessiva della bilancia o di un centimetro, il nascondere il cibo che si è mangiato di nascosto… ). Non è semplice per nessuno, è un percorso lungo con alti e bassi. Noi terapeuti cerchiamo fin da subito  di istaurare un rapporto di fiducia e di far capire che è un percorso con possibilità di ritornare indietro, ma soprattutto, faremo capire che bisogna essere terapeuti di se stessi per guarire.

disturbi comportamento alimentare

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